Artemisia Gentileschi: una femminista nel Seicento

Lo stile drammatico e vividamente espressivo è divenuto la sua personale firma: stiamo parlando della pittrice seicentesca Artemisia Gentileschi.


Lei, nata a Roma nel 1593, ha vissuto sulla sua pelle tutto il dolore di essere donna in un mondo che l’ha violentata, giudicata, e che l’ha portata, per questo, ad incarnare il ruolo di femminista antelitteram.
La sua opera fu purtroppo ignorata per secoli da molti storici dell’arte, attratti più dalle sue vicende personali; ella venne però rivalutata a partire dal 1916, anno in cui uscì un importante saggio, “Gentileschi padre e figlia”, a firma di Roberto Longhi.

Da quel momento, la pittrice fu riconosciuta per la drammaticità, il realismo, la vividezza delle sue opere: è tra le poche donne citate nei manuali di storia dell’arte.
 
"Autoritratto come S. Caterina", 1615/17, National Gallery, Londra

La sua vita, il suo stile

Artemisia era figlia del pittore pisano Orazio Gentileschi e, orfana di madre, si avvicinò sin da piccolissima alla pittura, assorbendo dal padre il realismo caravaggesco e, affiancandolo ad alcuni tratti, della scuola bolognese
Nel 1610, a soli 17 anni, realizzò la sua prima opera considerata compiuta: Susanna e i vecchioni

Ma un anno più tardi, a 18 anni, durante il suo apprendistato nella bottega di Agostino Tassi, collega e amico del padre, avvenne il tragico avvenimento: il Tassi la violentò in modo brutale.
La stessa Gentileschi ricorda il drammatico evento nei suoi diari: “Egli serrò la camera a chiave e, dopo serrata, mi buttò su la sponda del letto dandomi con una mano sul petto…”. 

Dopo un processo pubblico in cui il Tassi fu condannato, ella fu costretta a sposare il pittore Pierantonio Stiattesi, con il quale nel 1612 lasciò Roma per Firenze. Lì ebbe modo, però, di vivere il fertile clima culturale dell’epoca, potendo frequentare anche Galileo Galilei e, venendo amata, dal pronipote di Michelangelo Buonarroti.

La Gentileschi fu addirittura la prima donna nella storia ad essere ammessa, nel 1616, alla prestigiosa Accademia delle arti del disegno
 
Nel 1621, all’età di 27 anni, Artemisia, dal carattere forte e deciso, lasciò il marito e Firenze per Roma e, da lì, iniziò poi a viaggiare: Genova, Venezia (verso il 1630), ed infine Napoli, dove si stabilì. Ovunque, ricevette varie commissioni, e venne accolta con favore dai colleghi artisti. 
 
Morì a Napoli nel 1653. 

Artemisia fu donna bellissima, intraprendente, dalla grande capacità di mantenere ottimi rapporti con personaggi importanti
E, cosa fondamentale, riuscì a creare un proprio stile, sulle orme del Caravaggio: le sue figure sono espressive, monumentali, quasi teatrali.
 
"Susanna e i Vecchioni", 1610, Collezione Schonborn, Pommersfelden
 

Una donna vittima di giudizi e pregiudizi

Sicuramente la vita e la carriera di Artemisia Gentileschi sono state segnate, in qualche modo, dalle malelingue e dal giudizio, a partire dalla violenza subìta in giovane età.

Sono giunti a noi gli atti del processo: Artemisia dichiarò che, dopo il fatto, accondiscese più volte alle richieste del suo stupratore, nella mera speranza che mantenesse la promessa di sposarla e non la disonorasse. 
Tutto inutile, visto che la moglie del Tassi era ancora viva: a quel punto, la Gentileschi, confidò tutto al padre che intentò il processo. 
E intentare un processo significava aggiungere disonore pubblico al dolore, perché, una donna non più vergine e non sposata, era considerata di pessima reputazione, sebbene ciò derivasse dall’essere stata vittima di violenza.

La deposizione di Artemisia, al processo, fu fatta paradossalmente sotto tortura (mentre le venivano schiacciate le dita), mentre da vittima dovette addirittura ribadire la verità della propria denuncia.

Va da sé che tutta la vicenda minò non solo la reputazione, ma soprattutto l’equilibrio psicofisico della pittrice
Su di lei circolavano nel frattempo molte voci malevoli che, l'accusavano addirittura, di avere rapporti incestuosi con il padre, di avere numerosi amanti e di tenere una condotta poco adeguata. 
E, queste voci sul suo conto, continuarono a circolare per tutta la durata della sua vita e oltre. 
 
Ma Artemisia era una donna forte e dal carattere indipendente
Fu grazie a queste sue doti, unite ad una spiccata intraprendenza, che divenne comunque un’artista apprezzata e una donna padrona del suo destino.
 

Nelle sue opere il riscatto delle donne

Non possiamo non ricordare quello che è considerato il suo capolavoro: Giuditta che decapita Oloferne. Un dipinto realizzato, a 19 anni, subito dopo la terribile esperienza dello stupro, nel quale non è difficile cogliere il desiderio di vendetta della ragazza verso il suo aggressore. 

Oloferne, generale assiro, ubriaco dopo il banchetto, è disteso sul proprio letto in attesa di giacere con Giuditta, vedova giudea immolata: ma questa, aiutata dalla sua ancella, viene ritratta mentre gli taglia di netto la gola, impugnando con fermezza la spada del generale stesso.

Gli storici hanno sottolineato la brutalità della scena, con Giuditta che affonda la spada con una mano e che con l’altra trattiene Oloferne per i capelli
I particolari realistici emergono con potenza: il sangue di Oloferne che schizza e macchia la veste di Giuditta, quest’ultima che ritrae il volto per evitarlo, mentre l’ancella tiene lo sguardo fisso senza far trasparire alcuna pietà.

La scena è dipinta dalla Gentileschi una seconda volta, nel 1620 e, di nuovo, poi, ella è protagonista di un altro dipinto, “Giuditta con la sua ancella”, nell’atto di fuggire dopo l’omicidio.

Numerose sono, in generale, le opere della pittrice che ritraggono donne come Giuditta, Betsabea o Ester, avere la meglio su maschi sopraffattori: si tratti di eroine bibliche, divinità pagane, nobildonne o sante, esse trasudano tutte pathos, violenza, sensualità e vendetta.

Artemisia Gentileschi, donna che, nonostante la violenza subìta, ha avuto la forza ed il coraggio di esprimere il proprio riscatto nella vita e nell’arte, è divenuta per tutti un simbolo indiscusso di femminismo antelitteram.
 
"Giuditta che decapita Oloferne", 1612, Museo Nazionale di Capodimonte, Napoli

 
Valentina

0 commenti