Paolo e Francesca: amore e morte nel Canto V dell’Inferno di Dante

Care amiche e cari amici,


Nel settecentesimo anniversario della morte del Sommo Poeta, Dante Alighieri, desideriamo nuovamente rendergli omaggio, immergendoci nel Canto V dell’Inferno: stiamo parlando naturalmente della Divina Commedia, capolavoro senza eguali nel panorama letterario e culturale mondiale. 

Ad attenderci, nel secondo girone, dove sono relegate le anime dei peccatori lussuriosi, vi sono Paolo e Francesca, sfortunata coppia di amanti, i quali rappresentano il triste paradigma di amore e morte.

"Amor, ch’a nullo amato amar perdona, mi prese del costui piacer sì forte, che, come vedi, ancor non m’abbandona."
 
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Il triste destino dei due amanti

Nel secondo girone infernale, non c’è luce e, le anime dei peccatori lussuriosi, scontano la loro pena eterna travolti da una violenta bufera; pena, in qualche modo, corrispondente alla colpa commessa in vita (contrappasso), in quanto così come vissero travolti dalla passione, dopo la morte, sono condannati a vagare incessantemente nella bufera infernale.

Tra queste anime dannate Dante, nota in modo particolare, la presenza di due di esse che, tenendosi per mano, vengono trascinate dolcemente nel vento vorticoso

Ma chi sono costoro? Si tratta degli unici personaggi vissuti realmente, Paolo Malatesta e Francesca da Rimini, figlia di Guido da Polenta, signore di Ravenna; due cognati che innamoratisi l'uno dell'altra, vennero scoperti e uccisi nel 1285 da Gianciotto Malatesta, fratello deforme di Paolo, che Francesca era stata costretta a sposare. 

Dante, incuriosito, chiede di poter parlare con loro. Virgilio per riuscire a farli avvicinare, consiglia all'autore di pregarli in nome dell'amore che li tiene uniti anche all'inferno "Vedrai quando saranno più presso a noi; e tu allor li prega per quello amor che i mena, ed ei verranno...".

Così, non appena il vento li dirige verso di loro, Dante parla a queste anime tormentate, chiedendogli di poter parlare, se Dio non lo impedisce "O anime affannate, venite a noi parlar, s'altri nol nega !...

Così, Francesca inizia a raccontare la sua storia: tutto iniziò un giorno, quando per divertimento, leggevano insieme il romanzo che narra la storia di Lancillotto, cavaliere della Tavola Rotonda alla corte di re Artù, il quale si innamorò della regina Ginevra: "Noi leggiavamo un giorno per diletto di Lancillotto..."
Per più volte i loro sguardi si incontrarono finchè, un passo particolare del romanzo, piegò ogni loro resistenza; infatti, mentre nel racconto Lancillotto baciava Ginevra, Paolo sfiorò le labbra di Francesca "Quando leggemmo il disiato riso esser baciato da cotanto amante, questi, che mai da me non fia diviso, la bocca mi basciò tutto tremante...". 

Da quel momento, la travolgente passione del loro amore fu rivelata: "Quel giorno più non vi leggemmo avante...".
 
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Francesca: la protagonista femminile

La storiografia interpreta in diversi modi questo omicidio di cui Dante parla nel Canto V dell'Inferno. 
Si pensa che Francesca, com’era normale a quei tempi, fosse stata promessa in sposa a uno dei fratelli Malatesta, e che lei avesse inteso di dover sposare il più bello e attraente Paolo quando invece si presentò, per chiedere la sua mano, Gianciotto. 

Francesca, dimessa, sottostà alla decisione paterna e sposa l’uomo che il padre ha scelto, ma la simpatia e l’attrazione fra lei e Paolo è sempre forte e i due finiranno per diventare amanti, tradendo Gianciotto che, scoperto il tradimento, li uccide entrambi. 

Tolto l’equivoco iniziale, non sappiamo se reale o meno, certo è che, Francesca e suo cognato, divennero amanti e che Gianciotto li uccise

Francesca, quando racconta la sua vicenda, ricorda ancora il dolore di quei momenti. Per Francesca, amore è una forza naturale irresistibile e irrefrenabile, che si manifesta in modo improvviso («ratto») e travolgente («s'apprende», «prese»): questo amore è incontrollabile, mentre l'uomo ha la possibilità di controllarlo tramite la parte più nobile di sè stesso, la ragione

Francesca maledice il suo assassino, è vendicativa e per questo si capisce che non è pentita dei suoi peccati terreni
La figura di Francesca è ambigua: è una donna, e ha come caratteristica fondamentale la femminilità e i sentimenti potenti. Con un azzardo si può dire che, lei, è una donna angelo/diavolo, nel contempo. 
E’ lei che prende l'iniziativa, che parla, mentre l’uomo, Paolo, tace e piange.

Dante sopraffatto dalla pietà per il destino della coppia

Nelle prime terzine, l'autore pone in evidenza il contrasto tra la drammaticità creata dall'atmosfera infernale con la dolcezza e lo spirito poetico con cui descrive i due protagonisti. 

Egli parla volentieri a queste due anime, anche se sono dannate, ed esprime una partecipazione al loro dolore. 
L'amore, che li aveva indotti al peccato, non viene quindi colpevolizzato ma, al contrario, è valorizzato, infatti viene descritto come un legame forte e irresistibile, legato dall'istinto. 

In questa parte del canto, Dante, affronta il tema principale della filosofia stilnovista. Secondo questa teoria, l'amore sorge naturalmente nei cuori gentili, "L'amore trova rifugio nel cuor gentile". 
I due elementi sono indissociabili tra loro, coesistono. Proprio per questo processo naturale, ogni cuor gentile, deve ricevere il suo amore; l'amore che a nessun amato risparmia di amare, cioè non consente di non esser ricambiato "Amor, ch' a nullo amato amar perdona...".

In questo modo Dante giustifica i peccati commessi dai due amanti
E' la morale cattolica che punisce e colpevolizza l'adulterio, mentre secondo la teoria dell'amore cortese, l'amore extraconiugale era considerato legittimo. 

Alle parole di Francesca, il poeta abbassa lo sguardo "China il viso, e tanto il tenni basso...", resta assorto a meditare, è triste; finchè Virgilio lo squote chiedendogli a cosa stia pensando. 

Il turbamento rappresenta il grande coinvolgimento di Dante nella situazione enunciata da Francesca. 
Emerge, dunque, nuovamente, il sentimento della pietà "pietas", atteggiamento caratteristico provato da Dante nella vicenda.

Mentre Francesca racconta, Paolo intanto piange, e Dante travolto dalla pietà, angosciato dal dolore, coinvolto totalmente nella situazione, sviene: "sì che di pietade / io venni men così com’io morisse. // E caddi come corpo morto cade”. 

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Simbolo insieme di amore e di sfida, di passione e di peccato, Paolo e Francesca rappresentano con efficacia i due poli del conflitto interno all'amor cortese, quello tra la tensione nobilitante e la tensione distruttiva della stessa passione amorosa.



Valentina

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